sabato 25 febbraio 2012

Tarquinia: un PD da camicia di forza

Tarquinia-Imu, Alessandrelli (Pdl): un PD da camicia di forza

“Non so se il Partito Democratico si renda conto della gravita delle proprie esternazioni, dare della “ladra” ad una cittadina è roba da manicomio”.
Queste le parole di Diletta Alessandrelli, dirigente provinciale della Giovane Italia e segretario dell’ associazione Tarquinia Futura.
“Nessuno chiede agli agricoltori di pagare l’IMU, si chiede semplicemente al comune di ridurla per quanto è nella sue possibilità fare visto e consiederato che lo stesso non percepiva ICI su fabbricati rurali e prime case e che ha sperpaerato 14 milioni di euro di compensazioni in marcepiedi ed opere pubbliche inutili e malconcepite senza dare dei veri e propri servizi ai cittadini e senza adottare programmi per lo sviluppo dell’ economia locale.
Gli agricoltori, i commercianti, gli artigiani e le famiglie devono essere tutelate e aiutate a superare la crisi e il comune può farlo riducendo l’IMU perchè se pure è giusto, almeno per me che a differenza dei miei delatori sono una liberale, abolire l’IMU, di certo il governo non la abolirà solo a Tarquinia perchè il sindaco scrive le letterine ai suoi deputati.
Le parole del PD sono roba da matti scatenati, mettete la camicia di forza a chi ha scritto e divulgato questo comunicato stampa delirante.
Bisogna smetterla di prendere in giro i cittadini con falsità strumentali e rispondere con serietà”

mercoledì 22 febbraio 2012

Tarquinia-IMU, Alessandrelli (Pdl): il comune può ridurre aliquote, invece di scrivere a Monti prenda provvedimenti in tal senso.

“ L’Imu sarà un grande problema non solo per l’agricoltura, ma anche per commercio, artigianato e famiglie, è per questo che da oltre un mese l’associazione Traquinia Futura fa presente la possibilità e la necessità di ridurre al minimo le aliquote su terreni agricoli, fabbricati rurali, fabbricati strumentali ad imprese commerciali e artigianali e sulla prima casa”
Così Diletta Alessandrelli segretario dell’ Associazione Tarquinia Futura, dirigente provinciale della Giovane Italia, ed esponente del Pdl tarquiniese risponde alle note di comune ed Università Agraria in materia di Imu.
“In questa condizione il comune, è l’unico ente in grado di poter difendere le imprese e le famiglie locali dalla pressione della nuova imposta, rinunciando alla propria percentuale di IMU  va a dare sollievo a imprese e famiglie senza subire alcun danno erariale. C’è da considerare, infatti, che quanto entrerebbe nelle casse pubbliche dagli altri soggetti imponibili supererebbe di molto le entrate ICI, fabbricati rurali e prime case erano infatti esenti, e l’aliquota Imu sulle seconde case è dello 0,76%,  essendo Tarquinia località turistica e paese di seconde case i conti tornerebbero facilmente.
Il decreto Monti o “Salva Italia” poi convertito in legge che norma la nuova imposta, prevede per i comuni la possibilità di ridurre o aumentare le aliquote: sulla prima casa da una base dello 0,4% l’aliquota può variare dello 0,2% in eccesso o in difetto, sui terreni agricoli e altri fabbricati dallo 0,76% la variazione è dello 0,3%  e sui fabbricati rurali dallo 0,2% la variazione è dello 0,1% .
Avevamo proposto di presentare una mozione votando la quale il comune avrebbe assunto l’impegno di mantenere al minimo le aliquote su gli immobili di importanza strategica per imprese e famiglie e quindi per l’economia locale.
Ci aspettiamo che invece di fare demagogia e di chiedere impegni al governo, che sicuramente aveva ben presente la situazione economica di tutta la penisola, quando ha varato il decreto, e non della sola Tarquinia, il comune si impegni direttamente in questo campo muovendosi tra le possibilità che lo stesso decreto mette a disposizione come hanno già fatto oltre 200 comuni in tutta Italia”.  

mercoledì 15 febbraio 2012

Il ruolo dell' Italia in Europa da De Gasperi ad oggi


All’ indomani della disfatta bellica nella seconda guerra mondiale, l’interesse principale degli statisti italiani fu quello di ricondurre il Paese tra le grandi potenze, ma la resa incondizionata voluta in modo particolare dagli inglesi, che non considerarono mai l’Italia una grande potenza, ma solo un satellite della Germania nazista, stava ad indicare il lungo percorso politico e diplomatico che il nostro paese avrebbe dovuto fare per poter sedere da pari ai tavoli diplomatici.
L’integrazione europea, nata col Piano Schuman dall’ambizione francese a mantenere una qualche forma di controllo sulle risorse carbosiderurgiche della Repubblica Federale e voluta dagli USA come argine allo storico antagonismo franco-tedesco che pesava come un macigno sulla politica statunitense, fu un occasione d’oro per l’Italia.
Il progetto comunitario, infatti,  prevedeva per quest’ultima un ruolo paritario con gli altri stati europei, era il trampolino di lancio della tanto attesa rinascita diplomatica del nostro Paese.
Non va trascurato anche il ruolo contrattuale che il processo comunitario rappresentò per l’Italia che puntava ad ottenere dagli stati europei concessioni politiche e diplomatiche che comunque non arrivarono mai, arrivarono solo in parte o con molto ritardo, come la libera circolazione delle persone che l’Italia invocava come rimedio alla disoccupazione, come possibilità per tanti italiani di poter lavorare nei paesi delle comunità, materializzatosi solo con i recentissimi accordi di Schengen.
Mi infastidisce talvolta l’eccesso di ottimismo o l’aurea sanctitatis che ha coperto il processo comunitario e l’odierna U.E. nella dialettica politica come in quella giornalistica del nostro paese, da De Gasperi ai giorni nostri, abbiamo riposto nell’ Europa ambizioni che a quanto pare non siamo stati in grado di cogliere.
Guardando a Bruxelles, Strasburgo, e oggi un po’ impaurita a Francoforte sul Meno, come lo scolaro guarda alla maestra,  l’Italia ha fatto dell’ Europa un traguardo politico senza però di fatto consolidare la propria posizione di stato fondatore, fino ad arrivare a farsi dettare da quest’ultima l’agenda politica.
Con i dictat della BCE, i partiti hanno cominciato a tirare fuori gli attributi e a volgere finalmente anche uno sguardo critico o di dubbio verso le istituzioni comunitarie, senza però riuscire a levarsi di dosso la colpa di aver usato queste ultime ad uso e consumo delle barricate politiche in casa, lasciando alla Maestra di Bruxelles il compito di lavare i nostri panni sporchi in pubblico, lasciandole decidere anche il programma di lavaggio.
Questa Europa è democratica? Il parlamento, unico organo eletto dell’UE, ha finalmente ottenuto la dignità a cui ambiva o rimane sempre marginale rispetto alle istituzioni di nomina?
Ai tempi delle polemiche per la CED Altiero Spinelli disse che quest’ultima avrebbe avuto una scarsa utilità se l’Europa non si fosse dotata di un organismo politico sovranazionale.
Appartenendo ad una generazione che ha avuto la fortuna di crescere politicamente al grido di “Europa Nazione” dico che quello di Spinelli fu un ragionamento saggio, talmente saggio che è ancora attuale ed incarna perfettamente i problemi di questa Europa.
La presenza delle nazioni e delle loro velleità particolari, scavalca addirittura l’ identità delle famiglie politiche, dovremmo essere nel PPE per una condivisione di valori e di politiche, ma  la signora  Merkel ed il signor Sarkozy hanno di recente dimostrato che quando entrano in gioco gli interessi specifici le cose cambiano.
Il metodo intergovernativo non aiuterà l’integrazione, né l’armonizzazione delle identità nazionali, e l’Europa sarà dei popoli solo se si provvederà a fornirla di un organismo politico, governativo, sovranazionale eletto dai cittadini europei, questo anche per dare senso compiuto al concetto di cittadinanza, che non è e non può essere solo la libera circolazione, il mercato unico, l’unione economica e monetaria, ma deve essere anche senso d’appartenenza a entità politico territoriale comune, consapevolezza delle istituzioni e delle norme che da esse derivano e che regolano la vita di tutti; in questo modo, forse, la strada di una incisiva politica estera e di sicurezza comune, o una cooperazione giudiziaria in materia penale può essere percorribile.
Se Lady Ashton ha poca autorevolezza le cause vanno cercate nell’ origine della sua investitura, questo però è un danno per l’Europa e per gli interessi degli Stati e si riflette sulla crisi che oggi viviamo, la mancanza di politica estera si ripercuote infatti sulla politica economica.
L’Italia nella sua rincorsa affannosa a rimanere nel consesso dei grandi d’Europa ha perso di vista  di volta in volta i punti cardine della sua politica estera o magari vi ha rinunciato per rincorrere un progetto che sembrava essere più grande, più nobile e vocato ad un futuro di gloria finalmente dalla parte giusta della barricata.
Venuto meno il collante culturale dell’ anticomunismo con la caduta del muro di Berlino,  l’italia non si è battuta a difesa dei tratti culturali che collocavano anche dal punto di vista identitario l’Italia nell’ Europa, accettando con fretta e capriccio di sostituire l’ancoraggio culturale a quello monetario e ritrovandoci con una moneta unica, ma senza istituzioni per governarla.
Ernesto Galli della Loggia in un editoriale sul Corriere della sera scrisse “ siamo diventati uno stato d’eccezione, ma nessuno ha il coraggio di dirlo” speriamo almeno che qualcuno abbia il coraggio di trasformare l’Europa delle longaggini, della burocrazia e delle banche in una entità politico-culturale con un’anima in cui gli l’Italia, e gli altri stati dell’ Unione possano finalmente sentirsi a casa.

martedì 14 febbraio 2012

a Porta a Porta l'agonia di una nazione che muore di negazionismo


La puntata di ieri di Porta a Porta, con Ospiti Maurizio Gasparri, Marco Rizzo, i professori  Giovanni Oliva e Roul Pupo, Alessandra Kersevan, il vignettista Giorgio Forattini  di origini zaratine e Guido Cace presidente dell’associazione nazionale dalmata è stata l’ esempio vergognoso della mancanza di una memoria condivisa.
Il fascismo in Italia è la colpa madre che può giustificare qualsiasi pena, tutto è perdonato se è antifascista, quello che dimentichiamo è che il fascismo non c’è più da oltre sessant’anni mentre Rizzo dimostra che il comunismo continua ad esistere e a dividere il paese.
Quello che, alla luce delle vili tesi sostenute dal compagno Marco Rizzo e dalla “storica” Alessandra Kersevan, ho premura di precisare è che in Jugoslavia l’esercito italiano s’è distinto per le proprie doti umanitarie e non per azioni truci sulla popolazione locale.
Le azioni di guerra in Jugoslavia durarono dal 6 al 18 aprile del 1941, la conquista della jugoslavia fu veloce e non appena dissoltosi il regio esercito dei Karageorgevic le forze politiche, e paramilitari locali collaborarono immediatamente con l’esercito italiano in funzione anticomunista.
Quando la signora Kersevan vuol attribuire alla foto di un fucilamento di partigiani jugoslavi ad opera del nostro esercito la portata di tutta la brutalità italiana, commette un errore semplicistico.
Stiamo parlando di guerra e non di una passeggiata di salute, in guerra si spara, si muore, ci sono plotoni d’esecuzione da una parte e dall’ altra.
Era normale che si sparasse contro i partigiani perchè durante il periodo d’occupazione italiana erano l’unica forza impegnata nella resistenza insieme ai nazionalisti serbi che però avevano più in odio l’eventualità del comunismo e collaboravano con il nostro esercito nel combattere i partigiani.
La fame di sangue degli ustascia era tanta che i nostri soldati furono impegnati in continue azioni di tutela e salvataggio di serbi ed ebrei in Croazia, nonostante Ante Pavelić e il comando tedesco fecero arrivare al nostro esercito, tramite lo Stato Maggiore Generale l’ordine di non interferire negli affari interni dello Stato Indipendente di Croazia (NDH) , i nostri soldati disobbedirono, salvando migliaia e migliaia di serbi dallo sterminio e le disobbedienze rimasero impunite dai nostri comandi.
Diverso fu il trattamento riservato ai nostri soldati dagli alleati Croati e dai comunisti anche durante le operazioni di guerra, corpi trucidati e dati in pasto ai maiali, aperti, riempiti di sassi e gettati in mare e molte altre atrocità.
Non si può continuare ad accettare che si parli della guerra in Jugoslavia o come un azione militare ingloriosa o come episodio vergognoso della storia nazionale dove i nostri soldati furono impegnati a trucidare la popolazione locale. Le unità italiane si batterono bene, con onore, coraggio e destrezza nonostante la scarsità dei mezzi, la difesa delle piazzeforti di Fiume, Zara e Scutari furono memorabili, l’ingresso a Lubiana uno smacco all’ esercito Tedesco.
Credo che nell’ approccio alla storia non si possa usare il prima per giustificare il dopo, ma, altresì, tutto vada studiato insieme per capire cause ed effetti dei corsi e ricorsi storici. In questo caso credo di poter dire che il prima, l’invasione italiana della Jugoslavia, non si può considerare né causa, né giustificazione delle atrocità subite dalla popolazione italiana sul confine orientale.
Quello che Rizzo e la signora Kersevan hanno detto ieri in trasmissione fa pensare che tutte le sofferenze negli anni consacrate al desiderio dei governi italiani, e non solo di quello fascista, di completare l’unità nazionale, non abbiano avuto nessun valore.
I nostri soldati ed i nostri fratelli istriani sono quindi morti invano perchè nel 2012 non riusciamo ancora ad essere nazione e a rimanere uniti, fuori da schemi ideologici, nel ricordo del dolore di un genocidio subito, tanto valeva allora che la popolazione istriano-giuliano-dalmata invece di esodare in Italia emigrasse altrove.

venerdì 3 febbraio 2012

Lascia che nevichi

Diletta sulla terrazza della nonna Viviana

Questo è l’ultimo pomeriggio che sottraggo alla stesura della mia noiosissima tesi di laurea per dedicarmi al cazzeggio, al puro, autentico ed inconfondibile dolce cazzeggio.
Vabbè in realtà posso permettermelo per via di diverse sfortunate vicissitudini che da novembre stanno rimandando sessione dopo sessione la mia tanto sospirata dipartita dal fantastico cubo.
Federica con il Nonno Vivaldo piazza S.Giovanni
C’è da dire poi che non capita così spesso che nevichi a Tarquinia e così oggi mi sono goduta una bella giornata invernale come poche ne capitano da queste parti; mancava il caminetto che fa tanto ambient, ma che posso farci se mia madre non ne ha voluto mantenere neppure uno in casa?
La legna pesa, portarla fino al secondo piano di un palazzo senza ascensore non è una cura prescritta dal medico, fa fumo, crea polvere, e vabbè una serie di mille altri inconvenienti che chi come me ha un approccio minimo con le faccende domestiche ( rifare il letto una volta alla settimana) non può di certo comprendere.
Mattinata passata a poltrire sotto al piumone, vabbè qualcosa l’ho fatta, ho organizzato la raccolta firme per dare ad una via cittadina l’onore di ricordare gli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, ho lavorato al sito del negozio, ho lavorato a migliorie per la Mozione sull’ IMU, ho letto un bel libro di Camillo Langone, ma tutto rigorosamente da sotto al piumone mentre fuori si preparava a nevicare.
Sono uscita dal mio caldo e accogliete giaciglio solo per pranzare, ma sono dovuta andare al negozio e perciò uscire di casa ed espormi al freddo della neve che già scendeva generosa e imbiancava i tetti di San Francesco.
Ci sarebbe voluta una bella zuppa calda di quelle tanto buone che solo mia madre può preparare, magari di legumi, di farro di orzo, ma niente ancora una volta ho dovuto stemperare la poesia della neve, questa volta per colpa della dieta proteica  a cui mi sta sottoponendo il mio severissimo trainer.
Petto di pollo,  tristissimo petto di pollo e una freddissima insalata, un pasto che con la neve non c’entra un tubo.
Ma dico io, è possibile che per una volta che nevica a Tarquinia io debba mangiare petto di pollo? È antiestetico, non è da me!
Non potevo poi  sottrarmi dal tour attraverso il paese innevato, certo mancava la poesia di quando ero piccola e se nevicava facevo pupazzi di neve col nonno Vivaldo o le gare di slittino “giù pe la discesa de Spartaco” con i miei cugini e gli amichetti del quartiere.
Ho visto una Tarquinia bellissima vestita di neve, ed è tutto fotografato, riportato scorcio per scorcio, oddio, proprio tutti gli scorci no, qualcuno l’ho dovuto tralasciare stavo per rimetterci le dita delle mani e mi servono ancora per digitare sul pc l’ultimo capitolo della tesi di cui sopra.
Comunque una Tarquinia di una bellezza da mozzare il fiato, incantata, una poesia che vive, rimane lì secolo dopo secolo e riesce a sopravvivere alla bene e meglio anche a tutte le brutture a cui la costringiamo, e fiera, in bianco ti sfida a rimanere lì ed ammirarla.
Ho notato che sulle torri non attacca la neve, sarà per questo che lei offesa decide di non venire mai a cadere da noi?
Mi piace gioire per un fenomeno meteorologico raro dalle nostre parti e con una portata poetica unica, è bellissimo vedere i bambini girare con i genitori o con i nonni vestiti da neve e vederli giocare, meravigliarsi, stupirsi per dei cristalli di ghiaccio,  è stato bello vederli, per un attimo sono tornata anche io a giocare col nonno nel giardino innevato.
Forse la neve ha pensato che di questi tempi, con il vuoto che ognuno di noi ha dentro, avrebbe potuto farci cosa gradita regalandoci un po’ di poesia, e ha fatto davvero miracoli, pensate che mia nonna non ha nemmeno imprecato quando ha visto le orchidee sbocciate da pochi giorni ricoperte di neve, “ ricacceranno” ha detto alzando le spalle. 

P.S. Mi sento estremamente vicina alle tante persone che in queste fredde giornate non hanno avuto da mangiare neppure il mio dietetico petto di pollo, a chi non ha avuto un caldo piumone con cui riscaldarsi ed una casa in cui rintanarsi, mi sento vicina a chi per via del gelo e del maltempo può aver subito danni di ogni tipo, ma d’altronde questi tristi episodi capitano anche col solleone e allora sorridete alla poesia di questa stagione, gioite dello stupore dei bambini e let it snow, let it snow let it snow.

giovedì 2 febbraio 2012

Quando il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Per fortuna!

Si dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi,  prima o poi, insomma, le verità occultate emergono, magari dopo tanti anni, magari non si potrà più rimediare ai danni, ma quasi sempre, fateci caso, le pentole si scoprono quando ce n’è più bisogno.
Mi riferisco in particolare al recente caso Lusi, che i patrioti insegnanti di morale e difensori dell’odio sociale del Pd hanno espulso dal gruppo in Senato.
Cacciare Lusi non è atto di responsabilità, ma di omertà, mandarlo via sic et sempliciter non aiuta la trasparenza ma di fatto è un modo per insabbiare tante brutte verità che risultano scomode per i partiti.
Perchè, come possono sparire 13 milioni di euro senza che il partito o l’entourage che lo amministra se ne renda conto? Capite che non stiamo parlando di bruscolini, ma di euro, tanti, tantissimi euro.
Chiedete ad un padre di famiglia con un budget di 1,500,00 euro, se rimarrebbe impassibile di fronte al dissolversi di più della metà dei soldi a disposizione per tirare avanti la famiglia. 
Di qui il punto di partenza dell’analisi; se i soldi servono, e spariscono, li andiamo a cercare come Diogene cercava la verità, col lanternino in pieno giorno.
Di seguito i nodi che dalla pentola scoperchiata sono venuti al pettine, in un momento in cui l’Italia, in piena crisi politica, culturale, identitaria e poi anche economica, ne aveva maggiore bisogno. Dal fondo di questa pentola è possibile quindi partire per chiedere ai tecnici decretazioni importantissime.
Lo stato maggiore della Margherita, che per metà è nel Pd e per l’altra metà, leader compreso, è nell’Api, non poteva non sapere dello storno di questi milioni di euro dal finanziamento pubblico al partito.
La Margherita, partito che non esiste più di fatto, non solo continua a ricevere il finanziamento pubblico, ma nonostante la superficialità con cui ha gestito i fondi fin’ora erogati, dovrebbe ricevere da Lusi un rimborso di 5 milioni di euro a fronte dei 13 milioni frodati.
Roba da pazzi, non sarebbe più saggio rendere la cifra, per intero, ai legittimi proprietari, gli italiani? È fondamentale che passi finalmente anche in Italia il messaggio  che chi sbaglia deve pagare e deve pagare tutto, anche i partiti.
Sul tema dei rimborsi elettorali ai partiti  c’è bisogno di una decretazione, è importante che se ne occupi il governo tecnico con il compito di  risanare le casse pubbliche, se aspettiamo che i privilegiati si auto-contengano allora siamo fritti. I tecnici devono dare risposte concrete agli italiani, che per una volta invece di vedersi mettere le mani in tasca, ormai non solo vuote, ma anche bucate, vorrebbero vedere lo stato attingere a pozzi ben più ricchi.
Quando parliamo di costi della politica, e chiediamo a questa di dare un segno di responsabilità, sbagliamo a chiedere il taglio delle indennità, dobbiamo chiedere la rinuncia ai privilegi.
Se un cittadino decide di imprendere lo fa a sue spese, è bene che lo faccia anche chi decide di fare politica rinunciando ai fondi pubblici per le campagne elettorali che ormai costano cifre vergognose, e contando sul generoso stipendio da parlamentare. La battaglia non deve essere sulla riduzione di vitalizi ed indennità ma sul dimezzamento del numero di deputati e senatori.
Personalmente sono disposta a pagare la politica, purché questa sia a misura di cittadino, purché questa abbia veramente il polso delle nostre vite, purché questa decida di rinunciare al suo di più, perché diventi di tutti.

Diletta Alessandrelli