All’ indomani della disfatta bellica nella seconda guerra mondiale, l’interesse principale degli statisti italiani fu quello di ricondurre il Paese tra le grandi potenze, ma la resa incondizionata voluta in modo particolare dagli inglesi, che non considerarono mai l’Italia una grande potenza, ma solo un satellite della Germania nazista, stava ad indicare il lungo percorso politico e diplomatico che il nostro paese avrebbe dovuto fare per poter sedere da pari ai tavoli diplomatici.
L’integrazione europea, nata col Piano Schuman dall’ambizione francese a mantenere una qualche forma di controllo sulle risorse carbosiderurgiche della Repubblica Federale e voluta dagli USA come argine allo storico antagonismo franco-tedesco che pesava come un macigno sulla politica statunitense, fu un occasione d’oro per l’Italia.
Il progetto comunitario, infatti, prevedeva per quest’ultima un ruolo paritario con gli altri stati europei, era il trampolino di lancio della tanto attesa rinascita diplomatica del nostro Paese.
Non va trascurato anche il ruolo contrattuale che il processo comunitario rappresentò per l’Italia che puntava ad ottenere dagli stati europei concessioni politiche e diplomatiche che comunque non arrivarono mai, arrivarono solo in parte o con molto ritardo, come la libera circolazione delle persone che l’Italia invocava come rimedio alla disoccupazione, come possibilità per tanti italiani di poter lavorare nei paesi delle comunità, materializzatosi solo con i recentissimi accordi di Schengen.
Mi infastidisce talvolta l’eccesso di ottimismo o l’aurea sanctitatis che ha coperto il processo comunitario e l’odierna U.E. nella dialettica politica come in quella giornalistica del nostro paese, da De Gasperi ai giorni nostri, abbiamo riposto nell’ Europa ambizioni che a quanto pare non siamo stati in grado di cogliere.
Guardando a Bruxelles, Strasburgo, e oggi un po’ impaurita a Francoforte sul Meno, come lo scolaro guarda alla maestra, l’Italia ha fatto dell’ Europa un traguardo politico senza però di fatto consolidare la propria posizione di stato fondatore, fino ad arrivare a farsi dettare da quest’ultima l’agenda politica.
Con i dictat della BCE, i partiti hanno cominciato a tirare fuori gli attributi e a volgere finalmente anche uno sguardo critico o di dubbio verso le istituzioni comunitarie, senza però riuscire a levarsi di dosso la colpa di aver usato queste ultime ad uso e consumo delle barricate politiche in casa, lasciando alla Maestra di Bruxelles il compito di lavare i nostri panni sporchi in pubblico, lasciandole decidere anche il programma di lavaggio.
Questa Europa è democratica? Il parlamento, unico organo eletto dell’UE, ha finalmente ottenuto la dignità a cui ambiva o rimane sempre marginale rispetto alle istituzioni di nomina?
Ai tempi delle polemiche per la CED Altiero Spinelli disse che quest’ultima avrebbe avuto una scarsa utilità se l’Europa non si fosse dotata di un organismo politico sovranazionale.
Appartenendo ad una generazione che ha avuto la fortuna di crescere politicamente al grido di “Europa Nazione” dico che quello di Spinelli fu un ragionamento saggio, talmente saggio che è ancora attuale ed incarna perfettamente i problemi di questa Europa.
La presenza delle nazioni e delle loro velleità particolari, scavalca addirittura l’ identità delle famiglie politiche, dovremmo essere nel PPE per una condivisione di valori e di politiche, ma la signora Merkel ed il signor Sarkozy hanno di recente dimostrato che quando entrano in gioco gli interessi specifici le cose cambiano.
Il metodo intergovernativo non aiuterà l’integrazione, né l’armonizzazione delle identità nazionali, e l’Europa sarà dei popoli solo se si provvederà a fornirla di un organismo politico, governativo, sovranazionale eletto dai cittadini europei, questo anche per dare senso compiuto al concetto di cittadinanza, che non è e non può essere solo la libera circolazione, il mercato unico, l’unione economica e monetaria, ma deve essere anche senso d’appartenenza a entità politico territoriale comune, consapevolezza delle istituzioni e delle norme che da esse derivano e che regolano la vita di tutti; in questo modo, forse, la strada di una incisiva politica estera e di sicurezza comune, o una cooperazione giudiziaria in materia penale può essere percorribile.
Se Lady Ashton ha poca autorevolezza le cause vanno cercate nell’ origine della sua investitura, questo però è un danno per l’Europa e per gli interessi degli Stati e si riflette sulla crisi che oggi viviamo, la mancanza di politica estera si ripercuote infatti sulla politica economica.
L’Italia nella sua rincorsa affannosa a rimanere nel consesso dei grandi d’Europa ha perso di vista di volta in volta i punti cardine della sua politica estera o magari vi ha rinunciato per rincorrere un progetto che sembrava essere più grande, più nobile e vocato ad un futuro di gloria finalmente dalla parte giusta della barricata.
Venuto meno il collante culturale dell’ anticomunismo con la caduta del muro di Berlino, l’italia non si è battuta a difesa dei tratti culturali che collocavano anche dal punto di vista identitario l’Italia nell’ Europa, accettando con fretta e capriccio di sostituire l’ancoraggio culturale a quello monetario e ritrovandoci con una moneta unica, ma senza istituzioni per governarla.
Ernesto Galli della Loggia in un editoriale sul Corriere della sera scrisse “ siamo diventati uno stato d’eccezione, ma nessuno ha il coraggio di dirlo” speriamo almeno che qualcuno abbia il coraggio di trasformare l’Europa delle longaggini, della burocrazia e delle banche in una entità politico-culturale con un’anima in cui gli l’Italia, e gli altri stati dell’ Unione possano finalmente sentirsi a casa.